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Vino e fibrillazione atriale : cautela per chi soffre o potrebbe soffrirne

 

 


Il classico bicchiere di vino rosso a pasto (giudicato spesso un «salva cuore» non è indicato per persone che soffrono di questo disturbo o sono geneticamente predisposte

Per chi ha sempre pensato che il classico bicchiere di vino a pasto potesse essere un salvavita per il cuore arriva una cattiva notizia. In alcune persone che hanno una predisposizione genetica a sviluppare la fibrillazione atriale, la più diffusa aritmia cardiaca, l’alcol sarebbe da evitare. Può infatti accadere che, col tempo, il consumo di alcolici anche in quantità moderata - il classico bicchiere ai pasti o l’amaro la sera - possa portare ad un allargamento progressivo del volume dell’atrio sinistro, con conseguente maggior rischio di sviluppare l’alterazione del ritmo cardiaco.

Mutamenti fisici dell’atrio di sinistro
A chiedere maggior attenzione, pur senza interferire con l’attività protettiva degli alcolici a basse dosi per i vasi sanguigni e con il monito che i pericoli sarebbero significativi per chi ha scritto nel patrimonio genetico un maggior rischio di ammalarsi, è una ricerca condotta dall’equipe coordinata da Gregory Marcus, Direttore della Ricerca Clinica presso la Divisione di Cardiologia dell’Università della California a San Francisco. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Journal of the American Heart Association e per la prima volta fa ipotizzare che dietro alla fibrillazione atriale non ci siano solamente turbe elettriche della conduzione del segnale cardiaco, ma anche mutamenti fisici in senso dimensionale dell’atrio sinistro, da cui il sangue viene immesso nel ventricolo per essere poi inviato a tutto il corpo.

Un bicchiere al giorno aumenta il rischio
Per giungere a questa conclusione, gli esperti hanno preso in esame i dati del famoso Framingham Heart Study, che segue i residenti della cittadina americana, concentrandosi su poco più di 5.200 persone: nello studio sono state inserite soprattutto donne e per tutti l’età minima è stata di 56 anni. Per sei anni sono stati eseguiti elettrocardiogrammi a cadenze regolari, e sono state riconosciute circa 1.100 casi di fibrillazione atriale. Poi confrontando le informazioni con l’assunzione di alcolici, si è arrivati a capire che esisteva un rischio aumentato nei soggetti che consumavano regolarmente alcolici, anche in quantità limitate. Più o meno un bicchiere al giorno aumentava il rischio anche fino al 5 per cento, ma soprattutto aggiungendo un altro bicchiere si è osservato negli anni un incremento del volume dell’atrio sinistro, con possibile ricaduta sulla capacità di conservare il normale ritmo cardiaco. La correlazione tra questi fattori ( intesa come tale e non come rapporto causa-effetto), è stata osservata anche dopo che sono stati eliminati possibili elementi che potevano influire sulla comparsa dell’aritmia, come il diabete, il fumo o l’ipertensione.

 


La fibrillazione atriale
La fibrillazione atriale è quindi la più comune fra le aritmie cardiache, con una prevalenza dello 0,5 per cento nella popolazione adulta. Oltre ad essere direttamente correlata con l’età, l’aritmia è poi piuttosto comune nei pazienti con altre patologie cardiocircolatorie, come l’ipertensione arteriosa, la malattia coronarica, ma soprattutto le malattie valvolari: fra il 30 e l’80 per cento dei pazienti operati per malattia della valvola mitrale giungono all’intervento in fibrillazione atriale.
Il maggior rischio che si accompagna a questa anomalia del battito cardiaco è l’aumentato pericolo di andare incontro ad un ictus cerebrale di tipo ischemico, causato da coaguli che si staccano dall’atrio e, attraverso il sangue, giungono alle arterie del cervello. Per questo le persone che scoprono di avere queste aritmie vengono trattate con farmaci che rendono il sangue più fluido, riducendo il rischio che si formino trombi all’interno dell’atrio e quindi possibili embolie che possono interessare anche aree lontane dal cuore.

 

di: corriere.it

 

Pubblicato da: Dr. Mauro Di Marino

 


 

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